Certamente fu una iattura il “socialismo in un paese solo”, e – mutatis mutandis – non basta una fiera a segnare una fase nuova. Tuttavia, “Più libri più liberi”, l’appuntamento annuale (4/8 dicembre) della piccola e media editoria al palazzo dei congressi di Roma, è per lo meno una boccata d’ossigeno. A fronte del nirvana quotidiano dei talk televisivi e in epoca di crisi dei grandi apparati editoriali, di cui l’affaire “Mondazzoli” è un sintomo evidente, la rigogliosa e plurale presenza di espositori induce a qualche speranza. 379 sigle: 132 dal nord, 187 dal centro, 53 da sud ed isole, 7 dall’estero. Girare tra gli stand fa pensare ad un’Italia da sogno, dove si legge e si legge pure difficile: non solo testi addomesticati dalla serialità. Cresce nel mondo l’attenzione per la narrativa e gli scrittori italiani (+261,6% rispetto al 2007), con un ruolo particolare ricoperto dal settore dei bambini e dei ragazzi. Quasi un titolo su dieci ha un interesse internazionale. Intendiamoci, si parla di un rallentamento della crisi, non di una vera inversione della rotta. Anche se, pur davanti ai 512 milioni di euro perduti lo scorso anno rispetto al 2010 – da 3,406 a 2,894 miliardi – proprio la piccola e media editoria costituisce il pezzo virtuoso della trincea. Con un incremento non casuale del comparto digitale.

Tutto questo porta con sé una considerazione sullo stesso futuro dei media, nella conclamata era crossmediale. L’evoluzione velocissima delle piattaforme tecnologiche non riduce la complessità culturale. La comprime, omologandola sulle soglie banalizzate del consumo di massa, ma non la elimina. Esistono tracce e frammenti di un flusso bisognoso di contenuti di qualità, diversi e meno legati alla saggistica classica (in difficoltà come riflesso dell’offuscamento dei sistemi ideologici). Lì dentro, infatti, vi sono suggestioni per una rifondazione potenziale dei linguaggi e degli stili. È troppo sperarlo? Forse, perché le logiche tremende della distribuzione preferiscono prendersi il già noto, rimuovendo l’immenso patrimonio sotteso al resto. Non sarà un caso se i “piccoli” sono bloccati al 10% del mercato, pur producendo il 50% dei libri disponibili. Insomma, il liberismo ha colpito ancora, recando danni all’intero universo e non solo alle vittime sacrificali, che danno dignità con una vera “militanza” ad un mondo abbandonato a se stesso.

Istituzioni nazionali sorde, complici nel ventennio berlusconiano di avere coltivato solo la televisione generalista, pigramente concepita come il luogo collaudato e sicuro della comunicazione politica. E, invece, molto c’è da costruire, per governare con sapienza la transizione digitale, cogliendo l’ondata. Qualcosa è stato inserito nella legge di stabilità per il Centro del libro, ma l’asticella è bassa. In parlamento è in discussione la riforma dell’editoria. È l’ occasione per rimettere mano al capitolo del libro, misconosciuto e poco apprezzato. Mentre la società della conoscenza è assetata di messaggi, e non solo di mezzi. Senza idee e progetti, innervati su di un’intellettualità riconosciuta e valorizzata, l’epoca della rete non salirà ad un ordine superiore. Tra l’altro, in tale ricomposizione dei soggetti, trovano una funzione inedita le edicole, una rete formidabile da non spegnere.

Infine. Radio 3 della Rai, secondo una consolidata tradizione, è stata coprotagonista dell’evento. Eppure, di radio non sembra esserci traccia –almeno finora – nei propositi del rinnovato vertice del servizio pubblico. Scelta o dimenticanza? (Vincenzo Vita su jobsnews.it)

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